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Le rane della famiglia Dendrobatidae
Giuseppe Visigalli, Med Vet
Tra le passioni del terrariofilo si sa, vi sono anche
numerosissime specie di anfibi. Le ranocchie centro e sudamericane
della famiglia dei Dendrobatidi (Dendrobatidae) rappresentano
tuttavia un caso a parte, incredibilmente affascinante, di piccoli
animali dalla grande presenza scenica. Esse hanno, infatti, alcune
caratteristiche comportamentali uniche e colori così vivaci da fare
invidia a molte specie di pesci tropicali. Le piccole dimensioni
degli individui adulti, dai 3 ai 6 cm secondo le specie, la
splendida livrea, la relativa facilità di gestione per molte specie,
nonché la potenziale bellezza di un vivario a loro dedicato,
inducono molti appassionati di tutti i livelli ad occuparsi di loro.
La famiglia Dendrobatidae comprende sei generi di cui
quattro principali: Dendrobates, Phyllobates, Minyobates ed
Epipedibates. Altri due generi sono meno conosciuti e sono
Aromobates (una sola specie) e Colostethus, rappresentato
invece da 110 specie. Sono tutte rane diurne tipiche delle foreste
pluviali neotropicali di molti stati dell’America Centrale (Panama,
Costa Rica, Suriname, Nicaragua, Guyana francese ed altri) e di
alcuni di quella meridionale, quali Venezuela, Bolivia, Columbia,
Brasile e Perù. Vengono chiamate in moltissimi modi, ognuno ad
indicarne una peculiarità: “rane tossiche“, “rane da freccia“, “rane
diurne pluviali“ o “rane parentali “ ad indicare, quest’ultima
denominazione, la presenza di cure parentali in quasi tutte le
specie (gli adulti trasportano i girini sul dorso e spesso li
nutrono con uova non fertili).
L’appellativo di “rane tossiche o da freccia“ se lo
sono conquistato grazie alla presenza di numerosi alcaloidi tossici
(detti batracotossine) nella cute degli individui selvatici e
di cattura; alcuni di questi sono tossine potentissime ed in grado
di uccidere un uomo. Solo le tossine di Phyllobates terribilis,
peraltro poco diffusa in cattività, sono realmente letali per un
essere umano. Nonostante ciò tutti i dendrobatidi di cattura
andrebbero maneggiati con guanti in lattice inumiditi, con il
duplice scopo di non assorbire per via transcutanea le loro
dermotossine, in particolare attraverso piccole ferite, e di non
ledere la loro cute piuttosto delicata.
Studi recenti hanno dimostrato che gli individui più
“tossici“ sono quelli alimentati quasi esclusivamente con formiche
autoctone (soprattutto nelle Hawaii). Questi stessi animali perdono
poi gran parte della loro potenziale tossicità dopo due o tre
generazioni nate in cattività ed alimentate con piccoli grilli o
drosofile. Attualmente questi splendidi anuri (in particolare i
generi Dendrobates, Epipedobates e Phyllobates) sono inclusi
nell’appendice II della CITES (Convention of International Trade
in Endangered Species of flora and fauna), sono cioè soggette
ad un commercio regolamentato. Il recente sviluppo del loro
allevamento e della loro riproduzione in cattività, soprattutto per
alcune specie, consentirà forse in futuro di non considerarli più in
reale pericolo di estinzione e se correttamente gestiti, di
apprezzarli come meravigliosi animali da terrario.
La gestione
Accogliere ed ospitare dei dendrobatidi in un
semplice e “nudo” terrario, piuttosto che in un verdeggiante
vivario, sarebbe come appassionarsi ai fiori recisi anziché ad un
rigoglioso e fiorito giardino. Queste splendide ranocchie non solo
provengono nella maggioranza dei casi da regioni particolarmente
umide e lussureggianti, ma molte specie (quali Dendrobates
auratus e D. leucomelas) sono piuttosto schive ed amano
rifugiarsi tra la vegetazione e in anfratti del terreno sotto
piccoli arbusti. Dovendo allestire una miniatura naturalistica del
loro habitat naturale, terremo quindi in considerazione ogni singolo
aspetto della specie di cui vorremo occuparci. Sì, perché quasi
sempre ci toccherà allevare una sola specie in un singolo vivario,
dal momento che alcune di esse risultano particolarmente tossiche
anche per altre congeneri. Naturalmente in natura i grandi spazi
fanno la differenza, ma in cattività, come sempre accade, i rischi
da sovraffollamento sono sempre in agguato. Il primo passo dunque
sarà quello di scegliere materiali e misure adatte. Per una “
cinquina “ costituita da un maschio e quattro femmine o per tre
coppie le misure minime del vivario saranno le seguenti: 120 cm x 60
cm per 60-70 cm d’altezza (circa 400 litri di capacità), mentre per
una coppia od un trio saranno sufficienti misure inferiori (70 cm x
50 cm x 50 di altezza).
Fondamentale è avere un’altezza sufficiente ad
evitare che le piccole rane possano saltando ferirsi il rostro.
Possiamo scegliere tra una struttura tutta in vetro, in alluminio e
vetro o in legno e vetro, con l’avvertenza in quest’ultimo caso di
acquistare solo legno particolarmente resistente all’umidità come il
pino marino.

Per rispettare le esigenze dei dendrobatidi, che non
gradiscono acque profonde ma solo pozze di pochi centimetri di
profondità, appronteremo un substrato molto umido ma drenante,
capace cioè di evitare pericolosi ristagni d’acqua che favorirebbero
inevitabilmente lo sviluppo di batteri e funghi. L’applicazione di
un rubinetto di scarico semplificherà notevolmente le operazioni di
manutenzione ordinaria. Lo strato più profondo del substrato sarà
quindi costituito da ghiaia e ciottoli molto grossolani
possibilmente arrotondati. Apporremo quindi uno strato di
vermiculite o carbonella previamente sterilizzati, sostituibili con
zeolite od altre resine a scambio ionico per ottenere un minimo di
filtrazione “chimica“. Oltre a ciò è possibile aggiungere un filtro
sottosabbia. Quindi apporremo uno strato di spessore variabile da 5
a 7,5 a 10 cm (disomogeneo nelle differenti zone del vivario) di
terriccio da giardino, anch’esso previamente sterilizzato, modellato
ad altopiani e basse spianate tramite delimitazioni trasversali
costituite da pietre, pezzi di piastrelle di cotto e cortecce di
pino delle quali alcune disposte a formare dei gradevoli e
utilissimi rifugi. Molto decorative per l’arredamento interno sono
anche le piastrelle di sughero, da rimpiazzarsi periodicamente. A
questo punto entrano in campo, è proprio il caso di dirlo, le
piante, vero polmone vitale del nostro vivario tropicale per
dendrobatidi. Numerosissime sono le specie di piante adatte ad
essere ospitate in un simile vivario. La scelta dovrà avvenire non
solo sulla base della loro provenienza geografica ed idoneità alle
specie di rane allevate, ma anche e soprattutto del nostro grado di
esperienza nella loro coltura; alcune sono delicate e mal sopportano
le ristrette condizioni microclimatiche interne al vivario
(temperatura ed umidità elevate e ventilazione non sempre ottimale).
Le piante più impiegate sono indubbiamente quelle appartenenti alla
famiglia delle Bromeliacee, che con le loro pieghe ascellari
fogliari offrono alle femmine adulte l’habitat ideale per
l’ovodeposizione. Tra queste consiglio l’Aechmea fasciata,
particolarmente indicata per grosse teche, la Guzmania lingulata,
di dimensioni più contenute come la Neoregelia carolinae tricolor.
Molto belle sono poi le Vriesea splendens, che con le foglie
variegate e barrate di verde chiaro e le brattee rosso scuro,
conferiscono al vivario una decisa connotazione tropicale.
Molte altre piante possono gradevolmente trovare
posto all’interno di un vivario per dendrobatidi; tra queste
Aglaonema commutatum, Phylodendron bipinnatifidum
e P. scandens, Ficus pumila, Begonia semperflorens
cultorum, Nephrolepis exaltata, Scindapsus aureus
(pothos). Queste piante vanno sistemate nelle parti basali
del vivario poiché tollerano meno bene delle bromeliacee la luce
intensa dei climi tropicali. In genere salvo eccezioni si possono
coltivare nel terriccio da giardino o idroponicamente, prestando
particolare attenzione nell’impiego di fertilizzanti, poiché tossici
e spesso letali per le nostre piccole ospiti. Alcune piante infine
sono più tipicamente acquatiche e possono quindi essere piantate nei
bassi fondali delle diverse pozze che avremo allestito, ad esempio
con sottovasi in coccio ben mimetizzati nel folto della vegetazione.
Tra queste consiglio in particolare Anubias nana, Riccia
fluttuans ed alcune ninfee.
Dopo il substrato e le piante dovremo aggiungere dei
rifugi sufficientemente funzionali e decorativi, quali pezzi di
corteccia di sughero capovolti, riponendo anche al di sotto di
ognuno di essi piccole vaschette contenenti acqua e vermiculite nel
rapporto 1:1 in peso, al fine di creare un anfratto particolarmente
umido.
Il microclima
Tranne
rarissime eccezioni, questi splendidi anuri vanno allevati a
temperature diurne comprese tra i 24°C ed i 28°C tra i due estremi
del vivario. Di notte occorre abbassare la temperatura a 18°-20°C
lasciando spegnere ogni forma di riscaldamento opportunamente
temporizzato. I ritmi circadiani dovranno prevedere d’estate 14 ore
diurne e 10 ore notturne; in autunno ed in primavera 12 ore per ogni
periodo; in inverno infine 10 ore diurne (con temperature massime
inferiori di circa due gradi rispetto alle massime diurne estive) e
fino a 14 ore notturne.
Il vivario potrà essere riscaldato con lampade in
vetroceramica, soluzione a mio giudizio da preferire, o con cavetti
termici resistenti all’acqua e nascosti nel substrato. L’umidità
interna deve sempre essere mantenuta elevata, intorno al 90-95%. I
dendrobatidi, infatti, sia per la loro provenienza geografica che
per le loro piccole dimensioni, soffrono moltissimo la
disidratazione. Osservare pertanto spesso la lucentezza e la
sporgenza degli occhi aiuta nel definire il loro grado di
idratazione.
Per ottenere e mantenere elevati valori igrometrici
all’interno del vivario possiamo impiegare differenti sistemi e
tecnologie. Le due situazioni limite sono rappresentate dallo
spruzzare acqua demineralizzata tiepida, da effettuarsi almeno ogni
dodici ore (mattina e sera) e dall’adozione di impianti automatici e
temporizzati di nebulizzazione (ideali sono 4 cicli di 8 minuti
l’uno).
L’illuminazione interna sarà garantita da una o più
lampade fluorescenti ad ampio spettro contenenti in particolare
radiazioni UVB (lunghezza d’onda compresa tra 290 e 310 nm)
fondamentali per l’attivazione della vitamina D, indispensabile per
l’assorbimento intestinale di calcio e per il metabolismo
calcio-fosforico. Queste piccole rane necessitano, infatti, di un
livello di calcio nel sangue sempre piuttosto elevato per far fronte
soprattutto allo sviluppo muscolo-scheletrico. I neon non dovranno
mai essere posti dietro un vetro od altro materiale poiché questi
filtrerebbero inevitabilmente i raggi UVB. Essi dovranno inoltre
essere sostituiti ogni 6-7 mesi poiché è dopo tale periodo che
l’emissione di tali raggi si esaurisce.
L’alimentazione
Tra
gli aspetti più importanti della gestione in cattività di questi
coloratissimi anuri vi è indubbiamente l’alimentazione. Dobbiamo a
questo proposito considerare due principi fondamentali: 1°) i
dendrobatidi hanno la bocca piccola, anche proporzionalmente alla
loro taglia; 2°) essi catturano, con rapidi lanci di lingua,
esclusivamente prede (insetti) vive. L’unica eccezione è
rappresentata dai girini di alcune specie, ma di loro parlerò più
avanti.
Fatte queste premesse vediamo come alimentare queste
affamatissime piccole rane. La dieta di base è costituita dai
moscerini del genere Drosophila e più esattamente dalla
Drosophila melanogaster e dalla D. hydei. Gli individui
adulti della prima specie sono indicati per tutti i dendrobatidi ed
in particolare per gli animali giovani e per le specie di piccola
taglia. La Drosophila hydei viene invece utilizzata
periodicamente per variare la dieta delle specie di maggiori
dimensioni, come ad esempio Dendrobates tintorius.
Le drosofile possono essere acquistate direttamente
nei negozi specializzati in confezioni già pronte all’uso
(solitamente contenitori in vetro con un coperchio pergamenaceo o in
carta traspirante). In alternativa è poi possibile acquistare presso
laboratori, strutture universitarie o grossi allevatori, sia i
terreni colturali (per lo più a base di agar agar, zucchero, acido
propionico, farina di mais e lievito di birra), sia i ceppi di
moscerini “da semina”. Questi ultimi una volta immessi nelle giare
d’allevamento con relativo terreno colturale, deporranno le uova che
in 7-21 giorni in rapporto alla specie di drosofila daranno luogo a
nuovi moscerini adulti. Non posso in questa sede soffermarmi
sull’allevamento delle drosofile, ricordo solamente che di norma si
impiegano drosofile attere (senza ali) o con ali vestigiali, ciò per
facilitare enormemente le operazioni di allevamento delle stesse e
per la praticità di utilizzo, se vogliamo evitarci spiacevoli fughe
di moscerini nella nostra casa!

Il regime alimentare ottimale è di circa 20-40
drosofile ogni 12-24 ore per ogni dendrobatide. I giovani e gli
adulti di alcune specie sono più voraci. Per meglio regolarci e per
monitorare lo stato nutrizionale dei nostri piccoli ospiti
consiglio, quando possibile, di pesare il gruppo con bilancine di
precisione almeno ogni 30-40 giorni. Non è semplicissimo, ma si
tratta di un procedimento molto utile.
La dieta dovrà però essere varia; così potremo
integrarla con altri insetti quali soprattutto grilli (Acheta
domestica) di 1-5 giorni di età, afidi verdi (Macrosiphum
rosae) e piccoli esemplari di camole del miele (Galleria
melonella). Sarà poi possibile saltuariamente somministrare
larve di Chironomus e di altri insetti, sempre con
l’avvertenza che si tratti di prede non contaminate da pesticidi e
di taglia adeguata.
I girini meritano un discorso a parte come più sopra
accennato. Circa la loro dieta essi vengono solitamente distinti, in
relazione alla specie di appartenenza, in due principali gruppi: a)
i girini mangiatori di detriti (ad esempio Epipedibates
tricolor e Phyllobates vittatus); b) i girini
mangiatori di uova (ad esempio Dendrobates pumilio e
Dendrobates histrionicus). A questi due raggruppamenti ne
aggiungerei un terzo i cui girini hanno abitudini alimentari
intermedie; a questo gruppo appartengono ad esempio Dendrobates
ventrimaculatus e Dendrobates reticulatus. Non è questa
la sede per soffermarmi sulle tipologie dietetiche specifiche delle
differenti specie di dendrobatidi. Voglio però ricordare che per gli
appartenenti al primo gruppo vanno benissimo i mangimi composti in
fiocchi per pesci d’acquario, opportunamente integrati con mangimi
condizionati per acquariologia, con calcio carbonato ed un pizzico
di polvere multivitaminica per rettili. I girini del secondo gruppo
(che in natura si nutrono di uova sterili messe dalla madre
“sapientemente” a loro disposizione), andranno invece alimentati con
tuorlo d’uovo in polvere e con farine di pesce per uso zootecnico;
anche in questo caso è importante una ponderata integrazione con
carbonato di calcio ed un multivitaminico. Infine per rispettare le
abitudini di vita in natura, consiglio di alimentare i girini e le
ranocchie appena metamorfosate principalmente la sera.
Ricordo però che salvo rarissime eccezioni, i girini
dei dendrobatidi sono particolarmente aggressivi tanto da non essere
infrequenti spiacevoli episodi di cannibalismo.
La riproduzione
Il primo passo da compiere per poter riprodurre
queste piccole rane sarà naturalmente quello di sessare gli animali
e di formare idonei gruppi d’allevamento. Questi ultimi saranno
composti o da singole coppie oppure da un maschio e due o tre
femmine, in relazione alla specie di appartenenza. Il dimorfismo
sessuale, cioè l’insieme delle eventuali differenze
morfologico-somatiche tra gli animali dei due sessi, non è mai molto
accentuato. In molti casi il maschio è leggermente più piccolo e più
corto e possiede (in particolare nella stagione riproduttiva) una
“gola“ più scura. Oltre a ciò sarà possibile osservare, sempre nel
periodo riproduttivo (che per alcune specie si può protrarre per
tutto l’anno) un maggior sviluppo del primo dito dell’arto
anteriore (pollice); si tratta di un adattamento funzionale
all’ancoraggio del maschio alla regione ascellare della femmina.
In molti casi tuttavia il riconoscimento dei sessi
avviene solo a seguito dell’attuazione di “espedienti
comportamentali“; una possibilità consiste ad esempio nel
riporre il presunto maschio in un contenitore di plastica
sufficientemente profondo e nello spruzzarlo con acqua tiepida: se
gracida si tratta di un maschio. Molto particolare è poi il
comportamento della femmina dominante, qualora più femmine siano
poste assieme; la prima schiaccia letteralmente al suolo le
subordinate, le quali rimangono per alcuni secondi immobili, come
“paralizzate“. In questo frangente la dominante si accoppia. Tra i
maschi il “combattimento ritualizzato“ è simile. In questo caso però
il maschio dominante riesce per lo più a capovolgere i subordinati.
Per poter affrontare la riproduzione di questi anuri
con relativa possibilità di successo, gli individui prescelti
dovranno poi essere perfettamente sani, esenti da parassitosi e di
peso adeguato. Il corteggiamento, l’accoppiamento e l’intero iter
riproduttivo saranno inoltre fortemente incentivati dalla
nebulizzazione del vivario per un ciclo giornaliero di 15-20 minuti
o per brevi periodi di 2-5 minuti.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’attività
riproduttiva dei dendrobatidi, è indubbiamente il trasporto dei
girini. Questo compito, sebbene diversamente manifestato in
rapporto alla specie di appartenenza, spetta solitamente al maschio
e meno frequentemente alle femmine. I girini (uno o due per volta)
vengono trasportati sul dorso e “deposti” nella stragrande
maggioranza dei casi in basse pozze d’acqua, che in cattività
potranno essere sostituite con classiche piastre di petri da
laboratorio appena inumidite, ma non riempite d’acqua. Queste
andranno opportunamente protette da un riparo costituito ad esempio
da un piccolo pezzo di sughero o di guscio di noce di cocco foggiato
a tegola. Questo riparo è indispensabile per dare alla femmina
maggiore sicurezza e tranquillità nella delicata fase
dell’ovodeposizione.
Alla temperatura di 24-28°C le uova della maggior
parte delle specie impiegano 2-3 settimane a schiudere girini di
prima età. Come più sopra accennato, alcune specie danno origine a
girini mangiatori di uova (D. histrionicus, D. lehmanni,
D.pumilio); femmine di altre specie danno invece origine a
girini mangiatori di detriti (D. ventrimaculatus,
Epipedibates tricolor e molti altri). Nel primo caso le femmine
producono un surplus di uova non fertili, molto gradite dagli
affamatissimi girini.
L’ovodeposizione avviene solitamente nelle pieghe
ascellari fogliari delle bromeliacee, ma in alcuni casi, come per
D. ventrimaculatus, può avvenire nei siti più disparati. Con
quest’ultima specie è quindi assolutamente inutile introdurre nel
vivario una o più piastre di petri (poste il luoghi ben appartati),
al fine di facilitare le operazioni di raccolta delle uova. Le
femmine depongono, in rapporto alla specie, da 4 a 8 uova per
covata, fino a 15-17 in Phyllobates
vittatus.
Un’ultima nota riguarda la temperatura di allevamento
dei girini; questa deve essere sufficientemente alta per non
comprometterne il metabolismo e la sopravvivenza, ma non troppo alta
per non accelerarne eccessivamente la metamorfosi. In quest’ultimo
caso, infatti, i girini si nutrirebbero per un periodo di tempo
inferiore e daranno origine a giovani rane sottopeso e più delicate.
Per queste ragioni le temperature comprese tra i 22 ed i 24°C
sembrano essere le più adeguate per la maggioranza delle specie.

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