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L’allevamento artificiale dei colombi di città orfani
Claudio
Peccati, Med Vet
I colombi di città fanno
parte della fauna stabilmente presente in tutte le zone urbane d’Italia.
Sappiamo tutti che in alcune città rappresentano un serio problema
ambientale e di conservazione del patrimonio artistico minacciato dalle
loro deiezioni. Le misure di controllo della popolazione finalizzate
alla riduzione del tasso riproduttivo non hanno finora ottenuto grandi
risultati e scarsa efficacia hanno anche le Ordinanze che vietano di
alimentare i colombi, poiché poco rispettate dalla gente. Il risultato è
che il tasso riproduttivo dei colombi urbani continua ad essere troppo
alto. A questo concorrono anche situazioni proprie della città quali le
temperature più alte rispetto all'ambiente rurale, la presenza di molti
rifugi ideali per la formazione di colonie stabili e un’illuminazione
artificiale che prolungano innaturalmente la stagione riproduttiva.
Capita così di trovare novelli di piccione
domestico o di tortora dal collare orientale (altro abitante cittadino,
sebbene meno numeroso) anche “fuori stagione”, nei mesi autunnali o
invernali. Capita anche, ovviamente, che per vari motivi siano trovati e
raccolti da cittadini che poi possono rivolgersi ai veterinari per
sapere come allevarli e come fare a liberarli una volta diventati
indipendenti.
I colombi domestici sono uccelli granivori, e
questo in teoria ci facilita il lavoro in caso di alimentazione
artificiale. Esiste però un grande problema, tuttora senza vera
soluzione, nell’allevamento dei columbiformi: nei primi 6-7 giorni di
vita i nidiacei sono alimentati dai genitori esclusivamente con il
cosiddetto “latte del gozzo”, prodotto di sfaldamento della mucosa del
gozzo, modificatasi sotto l’azione dell’ormone prolattina. Questo
“latte”, che attualmente non si riesce a sostituire in modo adeguato,
entra in quantità progressivamente decrescenti nell’alimentazione dei
novelli fino a circa 18 giorni di vita, quando la dieta è composta
totalmente da alimenti procurati dai genitori. La difficoltà non risiede
tanto nell’imitare la composizione generale del “latte” (acqua 75%,
proteine 12-13%, lipidi 8-9%, minerali 1,5%, carboidrati quasi assenti),
quanto nel non riuscire a riprodurne la composizione corretta in
aminoacidi, acidi grassi e microelementi, e nella totale assenza, nei
prodotti sostitutivi, di anticorpi detti gammaglobuline di superficie (IgAs).
Le maggiori difficoltà nell’allevamento artificiale dei colombi
domestici si trovano quindi proprio nei primi giorni di vita, mentre nei
giorni successivi è relativamente più semplice.
Nella scelta dell’alimento da offrire
purtroppo dobbiamo limitarci a quanto offre il commercio. Tra le
soluzioni senz’altro più comode e nutritivamente valide ci sono i
preparati per l’allevamento allo stecco dei pappagalli, i quali hanno,
pur con alcune differenze legate al produttore, buone caratteristiche
qualitative e sono in grado di fornire un’alimentazione sostitutiva di
quella naturale (a parte i primi giorni, come già detto). L’uso secondo
le modalità consigliate dalla Casa produttrice, nella mia esperienza,
consente di allevare i nidiacei senza particolari problemi.
L’alimento va somministrato direttamente nel
gozzo tramite un sondino morbido collegato alla siringa che contiene il
cibo. La tecnica è relativamente semplice ma è opportuno che chi non ne
ha pratica si faccia insegnare dal veterinario come eseguirla
correttamente. Il sondino e la siringa vanno accuratamente sciacquati
dopo ogni utilizzo. Il cibo deve essere tiepido, facendo attenzione a
non somministrarlo troppo caldo perchè si causerebbe un'ustione del
gozzo.
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Per l’alimentazione artificiale
si utilizza un sondino tagliato alla giusta lunghezza |
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Si palpa il gozzo per
verificare che non contenga ancora alimento del pasto precedente |
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Apertura del becco |
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Introduzione del sondino |
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Somministrazione dell’alimento |
Con i colombi non troppo giovani (oltre 14
giorni) ho notato buoni risultati anche utilizzando le miscele di
granaglie specifiche per colombi e tortore: i semi vanno lasciati a
bagno in acqua per un paio d’ore e poi possono essere somministrati
direttamente nel becco. Una soluzione di ripiego (ma solo per un breve
periodo) consiste nell’adoperare del pastoncino per canarini (da
utilizzare tal quale) o le farine multicereali per bambini. La quantità
di cibo necessaria per l’imbecco varia molto secondo l’età dei nidiacei,
oscillando dal 20 al 60% del peso (dose giornaliera). Fondamentale è
pesare i novelli ogni giorno per verificare l’incremento di peso.
L’intervallo tra i pasti varia da 1 ora (primi giorni di vita) e le 12
ore (3-4 settimane).
La temperatura a cui tenere i piccoli varia
dai 30°C degli animali implumi, diminuendo man mano fino a raggiungere
la temperatura ambiente quando hanno completato il piumaggio. È anche
molto importante curare l’igiene, cambiando spesso il materiale del
fondo (carta a pezzi, segatura, pellet di carta riciclata o di tutolo di
mais, fieno, ecc.). Se necessario, si possono lavare le zampe
delicatamente con acqua tiepida e sapone.
I
colombi di città si svezzano a 25-30 giorni circa, anche se per diverso
tempo chiedono ancora il cibo. Fino a che non sono diventati
assolutamente indipendenti e non hanno acquisito completa padronanza del
volo non è opportuno lasciarli andare: i rischi che siano preda di cani
e gatti o che vengano urtati dai veicoli è alto, soprattutto in città.
Per liberarli consiglio di portarli in zone popolate da colonie di
colombi: normalmente i nuovi arrivati vengono accettati e si aggregano
al gruppo. Se per rilasciarli invece ci limitiamo ad aprire le finestre
di casa, capita frequentemente che i colombi non se ne vogliano proprio
andare, decidendo di restare nei paraggi del luogo in cui sono cresciuti
o, addirittura, all’interno della casa senza degnarsi di uscire. Il tal
caso, se non vogliamo che restino con noi, possiamo provare a portarli
lontano, sempre però dove ci siano altre colonie di colombi. In genere
questi colombi non posseggono la capacità di ritrovare la loro casa
tipica dei piccioni viaggiatori.
In caso di ritrovamento di colombi o tortore
implumi e, quindi, di allevamento artificiale, non dobbiamo però
scordare di portarli da un veterinario esperto in medicina aviare per
effettuare una visita generale e ricercare eventuali parassiti
facilmente presenti negli animali a vita libera. Comuni nei giovani
colombiformi sono i flagellati del gozzo e dell’intestino che sono
trasmessi direttamente dai genitori con il cibo e con il becco sporco.
Negli individui di oltre due settimane si possono trovare anche i
coccidi, mentre i nematodi, a causa del ciclo vitale più lungo, non sono
in genere osservabili prima dei 30 giorni di vita. Sicuramente comuni
sono i pidocchi, ma non destano particolari problemi. Con minore
frequenza si possono trovare le zecche del genere Argas (zecche
molli) e i ditteri del genere Pseudolynchia (famiglia Hippoboscidae),
le cosiddette mosche cavalline: queste ultime possono trasmettere ai
colombi il Leucocytozoon, emoparassita dei globuli bianchi.
Mentre i parassiti esterni si possono facilmente trattare con uno spray
antiparassitario per uccelli, i parassiti interni richiedono un
trattamento specifico prescritto dal veterinario.

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